Ecco chi produce i nostri vestiti - Nemo (documentario)

Dacca Capitale Bangladesh, siamo nel quartiere conosciuto come il quartiere dei vestiti. Nella fabbrica ci sono anche minorenni, bambini di 13 anni, "I bambini producono più degli adulti.
So che non è legale, ma sono i bambini che vengono a chiedere il lavoro", "Questi vestiti non sono per il nostro mercato", "Faccio 50-60 vestiti al giorno", "Mi manca la scuola ma se io non lavorassi la mia famiglia non avrebbe da mangiare" - Un servizio di Ane Irazabal e Cosimo Caridi

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Il frutto del loro lavoro molti di noi lo portano addosso. Chi può sapere infatti quali parti dei nostri capi d’abbigliamento e di quali grandi marche siano stati commissionati in Bangladesh, magari per conto di aziende tramite. E’ solo una supposizione, naturalmente, ma ben fondata, poiché la quasi totalità della forza lavoro minorile dei bassifondi di Dhaka è impiegata nel settore tessile, che di certo non produce montagne di vestiti per gli abitanti dei dintorni. Sebbene Child labour and education: a survey of slum settlements in Dhaka,il dossier appena pubblicato dall’Overseas Development Institute (ODI), si sforzi di analizzare i progressi socio-educativi di un paese appena affacciato allo sviluppo industriale, parte corposa delle ricerche, pur condotte con un grande rigore analitico, ha il sapore di una denuncia senza appello delle condizioni inumane cui sono sottoposti i bambini degli slum di Dhaka.

Il veloce processo di urbanizzazione, sostiene infatti l’ODI, ha certamente rafforzato lo sviluppo del Bangladesh, ma è andato di pari passo con la crescita degli slum (baraccopoli assimilabili nel nostro immaginario alle favelas brasiliane) dove vigono un altissimo livello di povertà e delle scarsissime servizi socio-sanitari. In queste zone il lavoro minorile, ribadiscono i ricercatori, è semplicemente la norma. Attraverso l’indagine approfondita sulla base di un campione di migliaia di famiglie, emerge più di un terzo dei bambini (i maschi in proporzione maggiore delle femmine) di età compresa tra i 6 e i 14 anni non frequenta le scuole, e di questi una metà (cioè il 15% del totale) lavora a tempo pieno, mentre l’altra metànon studia né lavora. Tuttavia, se consideriamo la forbice d’età 11-14 anni le proporzioni del lavoro minorile semplicemente raddoppiano: il 30% dei bambini (vogliamo chiamarli ragazzini?) lavora a tempo pieno, meno del 3% alterna studio e lavoro e un 10% non fa niente (o almeno così è stato dichiarato).






Per trovare condizioni simili in Europa dobbiamo tornare indietro di secoli, quando l’istruzione era considerata, ed era realmente, una sottrazione di forza lavoro necessaria per il sostentamento delle famiglie. Ciò che più fa orrore, al di là del numero di minori coinvolti, è il grado e il peso del loro coinvolgimento. Su un campione di 2700 bambini intervistati, lo studio dell’ODI ha portato alla luce condizioni di lavoro disumane: in media i bambini d’età compresa tra gli 11 e i 14 anni hanno dichiarato di lavorare 10.3 ore al giorno per sei giorni a settimana, cioè circa 62 ore a settimana. In Europa il monte lavorativo medio di un adulto è 48 ore a settimana. Tuttavia questo numero viene subito corretto per difetto, integrando alcuni dati, e l’ODI riporta che il monte ore reale medio per bambino è di circa 12 ore al giorno per 70 ore settimanali. Disumano.

 La situazione dei bambini dei quartieri poveri, commenta laconicamente lo studio dell’ODI, è nettamente in contrasto con i principi alla base del diritto internazionale sui minori definite dalla Convenzione dei Diritti del Fanciullo. Sebbene “contrasto” non significhi illegalità, ciò non toglie che la situazione sia allarmante dal punto di vista dei diritti umani, e disumana da qualsiasi altro punto di vista. In particolare dal nostro, poiché appunto, alla base di questo sfruttamento c’è il nostro modello di produzione e di consumo, e nessun altro.

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